Lunedì 21 settembre 2020
A tu per tu
con la Legionella pneumophila
Da esperienze vissute da Vito Elia
A sentire cosa è
successo in Lombardia in questi ultimi giorni, verrebbe di esclamare “non
bastava il coronavirus, adesso ci si mette anche la Legionella pneumophila”. Per
favore, niente panico questa volta!
Proprio quando
ancora siamo tutti presi dalla pandemia Covid - 19, in questi ultimi giorni, il sistema mediatico ha focalizzato parte delle
sue attenzioni su qualcosa che sta avvenendo proprio non molto distante dal
luogo in cui vivo con la mia famiglia, in provincia di Varese. I fatti
denunciati parlano di una quindicina di casi di infezione da Legionella
verificatisi a Busto Arsizio, si parla anche di due morti, ma l’assessore alla
sanità della regione Lombardia Giulio Gallera fa sapere che si tratta di un uomo, nato nel 1942, e ricoverato in
Broncopneumologia per polmonite da Legionella, morto per altra causa. Il
secondo decesso invece riguarda una donna del 1939, ricoverata in Medicina e
morta per patologia neoplastica. Lo stesso Gallera fa sapere che la
situazione è sotto controllo.
Io stesso, nel mio
piccolo, penso che non sia proprio il caso di scatenare una nuova psicosi
generale, considerato che in questo momento ne abbiamo ben donde. Nell’ascoltare
e leggere le notizie sulla Legionella, mi ha riportato indietro nel tempo. Ho pensato e ripensato più volte alla mia vecchia
professione ospedaliera, vissuta in un laboratorio di Microbiologia e Genetica.
Ad un certo punto mi sono chiesto se non era il caso di rendere di dominio
pubblico alcune importanti esperienze vissute, nella speranza di contribuire
attraverso la mia narrazione a far meglio comprendere quanto sia utile avere in
possesso nel proprio bagaglio culturale alcune fondamentali conoscenze
scientifiche, che possono ritornarci utili in casi drammatici, come ad esempio
quello che stiamo vivendo dalla fine dell’anno 2019 a tutt’oggi, fuggendo il
rischio di farsi trovare del tutto impreparati e
cadere nella morsa, come dicevo prima, di una psicosi generale.
Parte da qui una più
o meno breve narrazione di eventi importanti, succedutesi nel corso della mia
esperienza lavorativa presso l’Ospedale di Circolo di Varese, che si è dipanata
nel lungo periodo di 35 anni, a partire cioè dai primi del mese di agosto 1972
e la fine di luglio 2007 quando, maturato il diritto di quiescenza, ho deciso
di dedicare la restante parte della mia vita alla passione dell’arte, oltre che
alla mia famiglia.
Molti anni or sono, siamo
ai primi anni ’80, nel Reparto di Cardiochirurgia dell’Ospedale di Varese
vennero registrate alcune morti sospette, una dopo l’altra, tanto che ad un
certo punto, molto preoccupata, la Direzione Sanitaria decise di intervenire,
istituendo un tavolo di crisi a cui prese parte, tra l’altro, il primario della
Cardiochirurgia Prof. Emilio Respighi (autore di alcuni interventi a cuore aperto
a nostra amica di famiglia cegliese) e l’allora direttore del Laboratorio di
Analisi Chimico Cliniche, Microbiologiche e Genetica Prof. Francesco Porta, per
un’analisi approfondita della situazione e per decidere insieme gli opportuni
provvedimenti da adottare, nel tentativo di spezzare così la catena dei decessi.
In quella sede
vennero messe a fuoco le singole situazioni che avevano avuto come epilogo la
morte di alcuni sfortunati pazienti. Cosa importante, fu fatta luce pure sugli
elementi che stabilivano una correlazione tra un decesso e l’altro. Insomma,
nell’incontro emerse un fattore oggettivo importante e cioè che a determinare
la morte dei pazienti era stato uno stesso batterio, ovvero un ceppo di Staphilococcus aureus molto resistente
in ambito di antibiotico terapia.
Il risultato di quel
tavolo portò dunque la direzione sanitaria del maggiore degli ospedali varesini
a prendere alcuni drastici provvedimenti, uno dei quali, il più importante,
volto a scoprire la fonte di infezione da Staphilococcus
aureus. Appena giunto di ritorno in Laboratorio, ricordo il direttore di
essere venuto a trovarmi nel mio studio di Coordinatore dei Tecnici, al fine di
aggiornarmi sull’esito dell’incontro, avuto in direzione sanitaria, e per
conferirmi un incarico speciale, ossia organizzare un servizio di intervento
microbiologico nel reparto di Cardiochirurgia, dove si erano verificati i
decessi prima menzionati.
Era la prima volta
che un intervento di quel tipo veniva prospettato. Ricevuto l’incarico,
organizzai un cronoprogramma, al fine di effettuare una serie di prelievi su
tutti gli operatori in carico al reparto di Cardiochirurgia, a cominciare dal
suo direttore prof. Respighi sino all’ultimo degli infermieri, non tralasciando
impiegati ed OSS. Insomma nessuno escluso. Il primo obiettivo era
dichiaratamente quello di verificare microbiologicamente se la fonte
d’infezione potesse essere umana e dunque individuabile in uno degli operatori
di quel reparto ospedaliero.
Un secondo obiettivo,
egualmente importante, fu quello di effettuare test microbiologici ambientali,
per capire se la fonte d’infezione era invece da ricercare negli ambienti, gli
stessi in cui avevano trovato ospitalità gli sfortunati pazienti, prima della loro
inaspettata e tragica fine.
Per quel che
riguarda il personale medico e paramedico, effettuai personalmente una serie di
prelievi nei più importanti siti corporei. Utilizzando tamponi sterili,
effettuai prelievi oculari, auricolari, nasali (coana six e dex), poi faringeo,
ascellare, interdigitale, inguinale. In aggiunta a questi prelievi, ad ognuno
degli operatori ordinai di raccogliere un campione sterile di urina e di
effettuare un tampone rettale. Tutti i prelievi così ottenuti vennero sottoposti
ad esame colturale presso il settore di Batteriologia, nel tentativo di
centrare la risposta che volevamo, ovvero poter isolare il batterio killer.
Per quanto riguarda
i test microbiologici ambientali, adottai alcune soluzioni “fatte in casa”,
considerato che era la prima volta di un intervento di quel tipo. In conclusione,
lasciai una serie di piastre di Petri contenenti terreni colturali vari a
contatto con l’aria ambientale, per un tempo prestabilito, nei punti critici
delle camere che avevano ospitato gli sfortunati pazienti, successivamente
deceduti ed eseguii una serie di tamponi nelle vicinanze del letto, sul
comodino, su alcune strumentazioni, ecc., ecc.
Senza troppo
dilungarmi, dirò che le indagini microbiologiche portarono a individuare la
fonte di infezione, ovvero le mani di un
operatore socio sanitario, portatore sano di Staphilococcus aureus, molto resistente agli antibiotici, dunque lo
stesso agente batterico Gram-positivo che aveva causato una serie di decessi
nell’Unità di Cardiochirurgia dell’ospedale varesino.
E’ fuori dubbio che,
riconosciuta la fonte d’infezione e prese le dovute precauzioni, da quel
momento in quell’importante reparto ospedaliero sia ritornata la serenità
giusta, per poter riprendere l’attività con ritrovate determinazione ed
efficacia.
E’ ormai storia,
nacque da quello sfortunato evento il Servizio Prelievi Microbiologici
Ambientali di quella che più tardi assumerà la denominazione di Azienda
Ospedaliero Universitaria - Ospedale di Circolo di Varese. Questo nuovo
Servizio, unico nei n. 6 ospedali dell’Azienda succitata, avrò l’onore ed onere
di sviluppare autonomamente nel corso del tempo, a cominciare dai primi anni
’80 sino al mese di luglio 2007, anno in cui deciderò di lasciare l’ospedale
varesino per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e
dedicarmi alla mia grande passione verso l’arte che, comunque, ho iniziato ad
alimentare, con la pittura, già dopo solo alcuni mesi l’avvenuta assunzione
presso quell’ospedale. Del resto, frequentando l’Accademia porterò il mio
importante corredo di conoscenze scientifiche, al fine di sviluppare progetti probabilmente
mai prima realizzati da altri allievi. Ma, tutto ciò farà parte di un nuovo
capitolo da scrivere.
Al fine di
sviluppare il Servizio appena nato, dirò che cominciai ad effettuare acquisti
di speciali terreni colturali per prelievi ambientali a contatto per superfici,
altri terreni pronti in piastra da utilizzare unicamente su apposite
apparecchiature, fisse e mobili, predisposte ad aspirare campionamenti di aria
ambientale da testare microbiologicamente. Fatte acquistare le nuove
apparecchiature dall’azienda, di lì a poco cominciai a programmare controlli
ambientali, che sarebbero divenuti progressivamente routinari, specialmente
nelle sale operatorie, prima, durante e al termine degli interventi chirurgici.
E’ fuori dubbio che tutto ciò sia stato anticipato da un lavoro di
sensibilizzazione, portato avanti da chi scrive nei confronti dei numerosi
Capisala di tutta l’azienda.
Con il passar del tempo
il servizio venne esteso alle camere protette, agli ambienti della farmacia
interna ospedaliera, in cui venivano effettuate non poche preparazioni galeniche,
tra cui sacche di alimenti parenterali personalizzate, farmaci e associazioni
di farmaci personalizzati e ovunque si presentasse un problema di natura
microbiologica. Giorno dopo giorno, il Servizio Prelievi Ambientali non solo
divenne punto di riferimento per il maggiore degli ospedali di Varese, ma lo
divenne anche per gli ospedali della provincia, ivi comprese strutture
sanitarie extra aziendali come, ad esempio, l’Istituto Clinico Scientifico
Maugeri IRCCS di Tradate.
Proprio presso
questa ultima struttura sanitaria, in seguito ad un mio intervento, fu
possibile stabilire la fonte d’infezione da Legionella
pneumophila, il batterio Gram-negativo che aveva causato la malattia
legionellosi di due suoi dipendenti. E’ importante notare che ambedue i
dipendenti appartenevano al gruppo degli operatori idraulici, ed è altresì
importante notare come la fonte infettiva sia stata insita in un rubinetto mal
funzionante, che permetteva uno sgocciolamento continuo di acqua tiepida,
guarda caso, posto in un’area di competenza degli stessi operatori idraulici di
quell’Istituto.
Mosso proprio da
questa analogia con i fatti di questi giorni, avvenuti a Busto Arsizio, che mi
sono deciso di mettere nero su bianco e far conoscere alcune mie esperienze
vissute, la prima riguardante lo Staphilococcus
aureus e le successive vissute, potrei dire, a tu per tu con la Legionella pneumophila, nella speranza di dare eventualmente un piccolo contributo di
conoscenza al lettore, quella conoscenza cioè potenzialmente capace di fuggire
il rischio di far instaurare nella comunità cegliese timori tanto superflui,
quanto oltremodo dannosi.
Ritengo essere utile
ricordare, a questo punto, la derivazione della denominazione del batterio
Gram-negativo, oggetto delle nostre attenzioni. Ecco cosa scrive, a proposito
di Legionella pneumophila, A. Orsi in
Diagnostica e Tecniche di Laboratorio dell’autore Filippo Pasquinelli (lo
stesso Prof. F. Pasquinelli, unitamente al Prof. Franco Porta, è autore della
collana dedicata ai medici e tecnici di laboratorio, Ed. Rosini Firenze, di cui
mi fregio essere uno dei co-autori). Nell’estate
del 1976 si verificò a Filadelfia lo scoppio di una grave malattia respiratoria
tra i partecipanti ad un convegno della Legione Americana. L’epidemia colpì
quasi tutti i legionari (circa 5.000 persone) che assistevano ai lavori del
convegno nella sala di un albergo. La malattia venne pertanto chiamata
“malattia dei Legionari” ed il microrganismo che in seguito fu isolato e
ritenuto responsabile della forma morbosa prese il nome di Legionella
pneumophila.
E’ utile pure
ricordare che nella epidemia di Filadelfia, dovuta al sistema di
condizionamento aria di quell’albergo, vi furono 34 decessi. Tutto ciò fa parte
della storia della medicina ed è stato alla base della programmazione dei
prelievi ambientali, ragionata e concordata nel corso di un vis a vis tra il direttore
della Microbiologia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria varesina prof.
Antonio Toniolo e me medesimo, prima che io stesso mi apprestassi ad effettuare
l’intervento presso l’Istituto Maugeri in questione. Dall’incontro con il mio
direttore prof. Toniolo (toscano di origini, subentrato nel frattempo al posto
del prof. Franco Porta) emerse la
preoccupazione comune che la fonte di infezione nell’istituto testé menzionato potesse
essere la stessa di Filadelfia, ovvero il sistema di condizionamento d’aria.
Il giorno
successivo, ricordo di aver effettuato prelievi ambientali in tutte le camere
dei pazienti, salendo sino in cima a quella struttura sanitaria, dove ben
visibile mi apparve la cima del monte Resegone (derivazione del termine lombardo resegón, grande sega), in una giornata di
primavera-estate che ricordo semplicemente splendida. Non solo prelievi ai
condizionatori d’aria, l’obiettivo dei prelievi era infatti focalizzato anche
sui dispositivi di erogazione acqua, come rubinetti e soffioni delle docce
presenti in ogni singola camera dei pazienti. Se la priorità era stata, per
ovvii motivi, quella di provvedere a controllare ogni camera paziente, non
potevo terminare i prelievi senza soffermarmi negli ambienti frequentati più
assiduamente dal gruppo degli idraulici, dipendenti dell’Istituto Maugeri. Questo
approccio, per certi versi scontato, si dimostrò mossa vincente che mi permise
di scoprire un rubinetto mal funzionante, che dava vita ad uno sgocciolamento
di acqua semicalda, uno dei fattori determinanti per lo sviluppo incontrollato
del batterio Legionella.
Di legionelle in
ambito diagnostico di microbiologia ne erano transitate a iosa sino a quel
momento, tuttavia il primo incontro diretto con una sorgente di diffusione del
batterio, per me, fu quello presso
l’Istituto Maugeri ma, come vedremo più avanti, vi sarà ancora una nuova
esperienza futura, a dir poco eccezionale, che resterà nella storia del nuovo
grande ospedale di Varese.
Il Servizio Prelievi
Ambientali, da me sviluppato e potenziato nel tempo, ebbe a ricoprire un
importante ruolo nell’anno 2007, quando durante il periodo primaverile venne portata a termine la
costruzione del nuovo grande ospedale di Varese.
A quel tempo, prima
di effettuare il trasloco dalle vecchie unità operative e dai servizi vari alla
nuova struttura ospedaliera, si rese necessario effettuare un intervento di
tipo microbiologico, atto a certificare il livello di salubrità dei nuovi
ambienti. In questa ottica, accettai con molto piacere di fare una nuova importante
esperienza, che si sarebbe dimostrata fondamentale per consentire l’inizio
delle molteplici attività nella nuova grande struttura ospedaliera. Del resto,
mi si era presentata una occasione più unica che rara, che mi avrebbe permesso
di arricchire con nuovi importanti dati quella gran mole di informazioni, raccolte
in anni ed anni di servizio, tanto da indurmi ad ipotizzare una pubblicazione
scientifica.
Ricordo, come se
fosse ieri, i contenuti di una telefonata da parte di una esperta caposala, che
di seguito sintetizzo: <<Ciao Elia,
ho ricevuto l’incarico di programmare con te i test microbiologici ambientali
nel nuovo ospedale>>. Capii subito che quella non era stata una
telefonata qualsiasi, come spesso accadeva, quando c’era un intervento da
effettuare da parte mia in una qualsiasi sala operatoria del vecchio ospedale.
Lo capii così immediatamente che andai su tutte le furie, naturalmente la
povera e brava caposala non aveva alcuna colpa. Rimasi così stupito che la
direzione sanitaria non avesse colto il giusto risalto da conferire ad
un’operazione assai importante, che mai sin allora era stata effettuata. Per farla breve, il giorno dopo io, il prof.
Antonio Toniolo e il direttore sanitario dott. Andrea Larghi ci ritrovammo, vis
a vis, nei vasti ambienti del nuovo Quartiere Operatorio e decidere insieme
cosa fare.
Già il giorno dopo
diedi inizio ad un’operazione a dir poco ciclopica. Ricordo di essermi
inabissato nel punto più basso del nuovo ospedale, al piano -2, dove trovava
ubicazione il nuovo grande quartiere operatorio, composto da n. 20 sale
operatorie (a quel tempo il secondo più grande in Italia). Con l’aiuto di
tamponi sterili, ma soprattutto con una speciale apparecchiatura effettuai
numerosissimi prelievi su tutti i letti operatori, sulle grandi lampade
scialitiche, sui quadri elettrici, sulle apparecchiature presenti, ecc., ecc.
Tutto ciò in ogni singola sala operatoria. Passai ore ed ore in solitudine, in
aree sterminate interrate e già immaginavo quanti pazienti futuri sarebbero
passati su ognuno di quei nuovissimi letti operatori.
I giorni a seguire,
da quel piano sotterraneo, emersi per completare ogni piano di quella nuova
struttura ospedaliera, sino a raggiungere quello apicale, il 7° ed ultimo,
realizzando interventi perciò su un totale complessivo di n. 9 livelli. Un
lavoro interminabile, come dicevo prima, ciclopico, certamente impensabile
all’inizio, un lavoro che fui costretto a ripetere più volte, a causa di una elevatissima
carica batterica (da guerra batteriologica), guarda caso, di Legionella pneumophila, riscontrata in
tutta la rete idrica (rimasta per mesi praticamente inutilizzata, quindi con
conseguente pericoloso ristagno di acqua).
A quel tempo, nel
mese di Giugno 2007, ci sarebbero state le elezioni comunali e provinciali,
ragion per cui la “Regione Lombardia” e soprattutto i partiti più direttamente
interessati si spesero, insieme alla direzione sanitaria e generale dell’Azienda,
in una malcelata pressione, al fine di far terminare i lavori prima possibile e
consentire, attraverso una immancabile e strombazzata inaugurazione (molto cara
ad ogni latitudine alla classe politica italiana), la presentazione della nuova
grande struttura ospedaliera di Varese, come un gran fiore all’occhiello da
mostrare orgogliosamente ai propri elettori.
Ricordo assai bene
le tensioni, in seno ed al di fuori dell’azienda, tra gli opposti partiti
politici, per via degli allungamenti di tempo non previsti, dovuti al
moltiplicarsi inaspettato dei controlli microbiologici che mi avevano visto
schierato in prima linea, insieme al gruppo di alcuni ricercatori
dell’Università dell’Insubria, guidati dal Prof. Antonio Toniolo, direttore
della Microbiologia e Genetica di cui facevo parte. Alla fine di un lavoro,
davvero straordinario, seguì una massiccia bonifica ambientale di tutta la
nuova struttura ospedaliera, coordinata dalla direzione dell’Ufficio Tecnico
della stessa azienda. E i Media?, fecero la loro parte, come al solito un gran
rumore, a tal punto che si rese necessario un intervento da parte dei NAS
(Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell’Arma - Carabinieri).
Sia pure in “zona
Cesarini”, le operazioni dei controlli microbiologici e le operazioni di
bonifica ambientali cessarono in tempo utile e le attività di trasloco
cominciarono ad essere messe in atto, unità operative una dopo l’altra. Contestualmente
ebbe inizio così il progressivo abbandono di buona parte di alcuni vecchi
padiglioni, che avevano ospitato sino a quel momento non poche unità operative
e servizi ospedalieri. Terminata questa grande operazione logistica, fu reso
finalmente possibile l’avvio delle attività nella nuova grande struttura. Tutto
ciò giusto poco prima che io entrassi in regime di quiescenza.
Un bel finale anche
per me, peccato però che l’allungamento della tempistica dei controlli
ambientali e della relativa bonifica finale abbiano di fatto impedito di
portare a termine un progetto, che mi stava molto a cuore e per il quale avevo
già incassato il nulla osta dalla Direzione Generale, ovvero un importante
intervento di recupero di alcuni affreschi all’interno della Villa Tamagno
(appartenuta al grande tenore, nato a Torino nel 1850 e morto a Varese nel 1905),
ancora oggi sede della Direzione Generale dell’Azienda Ospedaliero
Universitaria - Ospedale di Circolo di Varese. A quel tempo, per questo
progetto ero riuscito ad ottenere una importante sponsorizzazione, che avrebbe
permesso di effettuare il recupero degli affreschi, senza l’esborso di denaro
pubblico, passando attraverso un mio preliminare intervento di tipo
microbiologico. Una nuova innovativa esperienza purtroppo andata a vanificarsi,
a causa di forza maggiore, per impedimenti cioè dovuti a eventi assolutamente imprevedibili,
come lo erano stati i ripetuti prelievi ambientali, nei complessivi 9 livelli
della nuova struttura ospedaliera.
Trovo oltremodo gratificante
aver narrato alcune mie esperienze lavorative, sia pure non entrando nei
particolari tecnici, per far conoscere alcuni eventi legati alla diffusione di
batteri negli ambienti sanitari, in un momento particolarissimo della nostra
vita, messa in severa discussione dal
propagarsi della pandemia Covid - 19, sostenuta da Coronavirus - 2 (SARS- CoV –
2), che tante vittime si porta dietro, dopo ben più di un durissimo semestre,
vissuto nella paura per il forte rischio di contagio, se non in momenti di vero
diffuso terrore.
Sono sincero, tutta
questa narrazione in altri momenti non l’avrei fatta, ed è per la viva speranza
che possa servire alla conoscenza, sia pure per grandi linee, della Legionella pneumophila, un batterio di
cui dobbiamo aver rispetto, senza però farci prendere dal timore ossessivo che
un giorno o l’altro possa farci del male. Il Coronavirus – 2, lasciatemelo
dire, è una brutta bestia, la Legionella è altro, non può essa diffondersi tra
la gente allo stesso modo in cui sta facendo quel maledetto virus. Insomma
attenzione, attenzione al nostro stile di vita, al modo sempre più consapevole
di affrontare ogni evento di tipo sanitario, leggendo, studiando, cercando le
fonti di informazione credibili, tra le istituzioni scientifiche universalmente
riconosciute, tutte cose cioè indispensabili per abbattere definitivamente quel
retaggio di modus vivendi del passato, spesso
volte pregno di non cultura, che non ha più senso di esistere.
Prima di concludere,
mi piace ricordare che siamo circondati da una infinità di microrganismi, molto
spesso buoni ed utili all’uomo (lo stesso nostro organismo ne ospita miliardi)
ed alcune volte potenzialmente patogeni. Per quel che riguarda la Legionella è
bene ricordare che è un batterio che vive negli ambienti umidi, ad esempio
impianti idrici, tubature, serbatoi dove si moltiplica, è bene tenere sempre in
mente, in condizioni di stagnazione,
con temperature comprese tra 20 e 45°C.
Per finire, sento il
dovere ma anche il piacere di rivolgere ancora una volta, sentitissimi
ringraziamenti ai Blogger cegliesi per la loro appassionata opera di
informazione, a favore della comunità di Ceglie Messapica e non solo.
Naturalmente, rivolgo pure un
ringraziamento sincero a coloro i quali avranno avuto la bontà di dare lettura
al mio racconto ed un cordiale saluto a tutti i miei concittadini di nascita.